GRADUALE CAMBIAMENTO
Il governo iracheno ha richiamato in servizio alcuni ufficiali superiori del vecchio regime di Saddam, uno tra i tanti è il generale pluridecorato Jawad Al Daini, con 37 anni di servizio nelle forze armate irakene. Al Daini comanderà la 41° brigata, di recente creazione con compiti di sicurezza nell’area est di Baghdad. La 41° brigata passerà tra meno di nove mesi a 5.000 effettivi con la disposizione di garantire la sicurezza nell’area di Sadr City. Una recente dichiarazione del generale ci riporta al senso di responsabilità che hanno assunto per il nuovo Iraq «Ho maturato la convinzione che devo prendere parte alla direzione del mio paese, all'eliminazione dei terroristi e all'assunzione di responsabilità della sicurezza». Jaleef Khalaf Shwail, comandante della 40° brigata, in un discorso ai suoi uomini ha dichiarato che“E’ giunto il momento di prenderci la libertà e la democrazia che ci è stata offerta su un piatto d’argento” . E’ iniziato un processo di graduale disimpegno delle forze multinazionali, responsabilizzando le forze irakene per l’assunzione dei propri doveri istituzionali: infatti le truppe irakene dell’Iraqi Natonal Guard, attualmente le migliore forze per addestramento e operatività, stanno assumendo il controllo dell’area centrale di Baghdad. In un articolo su Analisi Difesa si chiarisce che:“La cessione della responsabilità di questa delicata area di Baghdad alla ING ha un significato politico teso a mostrare la crescente autonomia degli iracheni nelle operazioni di sicurezza ma riveste anche un importante significato operativo poiché dalla tattica difensiva applicata finora si sta passando ad azioni offensive mirate a scoprire e distruggere i santuari dei ribelli. La 40° brigata dispone di un ingente supporto d’intelligence fornito sia dagli americani sia dai nuovi servizi segreti iracheni grazie al quale punta a scoprire i covi dei miliziani, individuare i responsabili politici e militari dei gruppi baathisti attivi nella capitale ma anche quella parte della popolazione che fornisce supporto e fiancheggiamento ai ribelli. Nelle ultime settimane le operazioni d’intelligence hanno dato buoni risultati consentendo la cattura di alcuni luogotenenti di Zarqawi, incluso Talib Al Duleimi, noto col nome di battaglia di Abu Qutayba e responsabile della logistica per le cellule terroristiche islamiche attive nell’Iraq occidentale, arrestato il 29 febbraio in pieno “triangolo sunnita” ad Anah, 250 chilometri a nord di Baghdad…Il comando americano reputa che la scelta di buoni comandanti sia essenziale per raggiungere questo obiettivo e assicura che l'impiego di ufficiali non direttamente coinvolti nei crimini del passato regime, insieme all'addestramento, dà i suoi frutti”.
Salvatore Stefio
Abbiamo visto quello che è accaduto a Hilla, una città a sud della capitale irakena, una strage di grande proporzioni ai danni civili in cerca di lavoro e di altrettanti uomini, donne e bambini che si trovavano al mercato. Fino ad oggi, questo massacro è il più sanguinoso avvenuto dopo la caduta di Saddam Hussein. Si pensa che sia stato effettuato da sunniti wahabiti, già artefici di svariati attacchi contro i pellegrini sciiti nelle città di Karbala e Najaf. Ieri il premier Allawi, in una intervista al Wall Street Journal, ha ammesso che il Paese ha ancora necessità della presenza delle forze della coalizione, aggiungendo che “Gli irakeni dovrebbero cominciare ad assumere presto un crescente numero di responsabilità nel settore della sicurezza”. Ricordiamo che oltre alle forze della coalizione, alcuni programmi di addestramento delle forze di sicurezza irakene, sono anche effettuate da società di sicurezza private, che mettendo a disposizione la loro esperienza nel campo della protezione ravvicinata e della tutela personale, hanno la possibilità di poter trasmettere a questi ultimi, le tecniche di difesa, per l’importanza di reagire e non di attaccare per il piacere di uccidere. E’ chiaro che l’Iraq si trova in una fase delicatissima per la propria sicurezza nazionale, il terrorismo vuole destabilizzare il difficile processo di normalizzazione, effettuando continui attacchi contro i civili, il governo e le forze armate in generale. E’ necessario continuare ad adempiere, come del resto ha dichiarato il nostro Ministro degli Esteri, l’impegno preso di supportare l’Iraq anche con “la preservazione dell’identità e del patrimonio culturale” del Paese.
In questo contesto Fini aggiunge:
“C’è da chiedersi cosa succederebbe, come qualcuno dice, se si ritirassero le forze internazionali che sono presenti: l’Iraq precipiterebbe di nuovo in una situazione di assoluto disastro”.
Quando avvengono tragedie simili, come quella di Hilla, sembra curioso come alcune forze politiche rimangono convinte nel credere che la soluzione passi attraverso il ritiro delle truppe internazionali. Non mancano in Iraq gli atti di terrorismo, sono sempre presenti, e lo scontro si inasprisce proprio nel momento in cui gli irakeni, dopo aver liberamente votato, sono pronti dopo 50 anni a riprendere il proprio destino. Ogni popolo ha delle proprie caratteristiche, delle differenze che vanno in ogni caso tutelate, siano esse religiose, etniche ecc…, questo deve essere sempre tenuto presente nelle valutazioni, anche quando si conducono azioni contro regimi dittatoriali.
Questa semplice ma importante constatazione, sicuramente presa in considerazione in Iraq, è uno degli elementi di criticità che può determinare un fallimento. Contro le degenerazioni dell’integralismo, deve contrapporsi una cultura che possa essere pacificatoria, assumendo come linea essenziale il rispetto delle diversità e la loro reciproca comprensione, e in tal senso si sta procedendo. Questa linea dovrebbe poter circoscrivere, anche culturalmente, i tentativi di estremizzazione che generano terrorismo. L’Iraq ci sta insegnando molto, da un regime dittatoriale si sta passando ad uno democratico e ciò che avviene durante questa transizione è ulteriormente importante affinché si possa determinare, anche geopoliticamente, una più chiara mappatura del terrorismo e delle sue sponsorizzazioni. Cercare di identificare in modo chiaro il fattore dinamico del terrorismo, assume una importanza notevole per la sicurezza dei Paesi che appoggiano la politica estera americana.
Lettera di Fini all'opposizione (sul Riformista)
ripreso dal Blog dell’ AntiKomunista
Caro direttore, recandosi in massa alle urne e rischiando letteralmente la vita il popolo iracheno ha dato un messaggio inequivocabile alla comunità internazionale; ha indicato la propria ferma volontà di costruire un futuro di libertà e democrazia.
Il terrorismo è stato sconfitto dagli elettori, efficacemente definiti dall'onorevole Fassino i «veri resistenti».
Se così è, la chiarezza è il minimo che l'Italia deve a chi ha dato così alta prova di determinazione e coraggio. Dobbiamo rispondere ad una domanda semplicissima: vogliamo favorire la prosecuzione del processo politico fissato dalla risoluzione Onu 1546, che prevede nell'arco di quest'anno l'approvazione di una costituzione democratica ed inclusiva di tutti i gruppi e le etnie e l'indizione di nuove elezioni in dicembre?
Non credo che la nostra opposizione abbia dato finora un contributo alla chiarezza. La coalizione di Prodi invoca l'Onu e al tempo stesso ne rifiuta le decisioni: chiede una proposta europea al Consiglio di Sicurezza dell'Onu per una strategia di consolidamento della democrazia in Iraq e, contemporaneamente, non riconosce il mandato attribuito dalla 1546, che prevede la presenza di una forza multinazionale al servizio della transizione politica irachena.
Va infatti ricordato secondo verità che già oggi la forza multinazionale non è forza di occupazione, ma forza mandataria dell'Onu; ma c'è di più, perché il governo ha già detto chiaramente di vedere con favore tutte le ulteriori azioni che portino ad un maggior coinvolgimento diretto dell'Onu nella gestione della transizione irachena.
C'è solo un limite tanto ovvio quanto trascurato dalla nostra opposizione: la volontà degli iracheni. Su questo punto mi sono trovato in perfetto accordo con il Segretario di Stato Condoleezza Rice, nel colloquio che ho avuto con lei l'8 febbraio scorso. E' un punto sul quale non si può essere al tempo stesso pro e contro l'autodeterminazione irachena: se la nostra opposizione vuole, come sostiene nella dichiarazione di ieri, l'adozione di una costituzione e la formazione di un governo rappresentativo di tutte le comunità, non può contrastare la volontà del popolo, del governo Allawi e della stessa Onu, e chiedere il ritiro della forza multinazionale che è chiamata - da Baghdad come dall'Onu - a consentire la prosecuzione del processo politico individuato da tutta la comunità internazionale a Sharm El Sheik.
Qualcuno può davvero sostenere che questo processo sia possibile con il ritiro immediato delle truppe, lasciando la sicurezza del paese affidata a forze ancora in via di creazione e addestramento? Nessuno a sinistra pensa che così facendo si finirebbe per consegnare il processo costituzionale nelle mani dei gruppi più forti, o peggio di quelli più violenti e si comprometterebbe il risultato del voto del 30 gennaio?
La nostra opposizione chiede anche una convocazione straordinaria del Consiglio europeo, ma mostra anche qui di non prendere sul serio le istituzioni che vuole coinvolgere maggiormente. L'Unione europea si è infatti già espressa, da ultimo con le conclusioni del Consiglio Affari Generali e Relazioni Esterne del 31 gennaio scorso, riaffermando il proprio impegno a contribuire alla ricostruzione economica, sociale e politica dell'Iraq, garantendo inoltre il proprio sostegno alle attività dell'Onu in quel paese.
La determinazione con cui gli iracheni hanno esercitato il proprio diritto di voto ha ricompattato l'Europa.
Chiedere ora la riunione straordinaria del Consiglio europeo non porterebbe ad alcuna novità. Peggio, se all'ordine del giorno vi fosse il cambiamento del mandato della forza multinazionale, si rischierebbe di riaprire uno sterile dibattito tra le capitali europee sul passato che porterebbe all'inevitabile fallimento del Vertice. Ancora una volta verrebbe danneggiata la stessa istituzione che si dice di voler valorizzare, con danni non solo all'Iraq ma alla stessa Europa.
Rischierebbe infatti di incagliarsi il programma di formazione-institution building per i quadri superiori della polizia, della magistratura e dell'amministrazione penitenziaria, che stiamo finalizzando nell'ambito della dimensione civile della Pesd.
L'Iraq oggi ha bisogno di impegni concreti della Comunità internazionale. L'Onu, l'Unione europea, e anche la Nato con i suoi programmi di formazione delle forze di sicurezza irachene, hanno cominciato a fare la loro parte. Bisogna continuare a lavorare per internazionalizzare sempre più la gestione della crisi, per accrescere il sostegno della comunità internazionale. Per questo ho ribadito al Segretario di Stato americano la proposta di riconvocare una riunione internazionale nel formato di Sharm El Sheik.
Una nuova conferenza potrebbe consentire di assegnare nuovi compiti e responsabilità tanto alle Organizzazioni internazionali quanto ai singoli Stati, seguendo un modello adottato con successo dalla Conferenza di Bonn sull'Afghanistan.
Un ultimo contributo alla chiarezza: alcune forze politiche italiane sembrano orientate a votare contro il rifinanziamento della missione in Iraq, pur non esprimendosi per il ritiro delle truppe. Come si può spiegare questo sofisma agli iracheni?
Questo è il momento in cui ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Rispetto ai tatticismi della politica politicante dobbiamo privilegiare tutti l'impegno morale per costruire la pace che abbiamo preso con gli iracheni.
Tutte le cosiddette garanzie richieste dall'opposizione sono già di fatto assicurate (rispetto del calendario della transizione politica, internazionalizzazione della crisi, espansione del ruolo dell'Onu e della Ue). In tanti, anche nel centrosinistra, ne sono consapevoli.
Dimostrarlo votando a favore del rifinanziamento della missione di pace significherebbe dimostrare di essere per davvero una credibile alternativa di governo a tutta la comunità internazionale.
…semplice commento…
Fini ha pienamente ragione ed è curioso assistere al balletto delle idee della sinistra.
Credo che la nostra Patria, in caso che la sinistra vinca le politiche, vivrà un periodo non facile, su tutti i fronti.
Ho una sola speranza…non consegnate l’Italia al terrorismo islamico, forse non riuscite ancora a comprendere cosa sia.
Salvatore Stefio
ARTICOLO
Sulla difficile gestione del sequestro della giornalista de Il Manifesto, ho pubblicato ieri, con Paolo Della Sala, un articolo su Il Riformista.
Potete visionarlo anche nella rassegna stampa del Ministero della Difesa (LINK)