LETTERA APERTA AL DIRETTORE
"LA STAMPA"
Erg. Direttore,
nell’articolo firmato da Francesco Grignetti, apparso sul vostro quotidiano il 19/10/2007 con il titolo “Quattrocchi segreto: isolato dagli amici e condannato a morte”, ci sono dei passaggi che ci hanno offeso e diffamato, ecco perché:
Considerando che il sottotitolo recita: “Credevamo fosse una spia”, speriamo vivamente che si tratti di un errore di battitura, in quanto la frase giusta sarebbe “Credevano (i terroristi) fosse una spia”.
Ci riferiamo poi alla frase “Nei fatti, lo isolarono” cercando quindi di far intendere esplicitamente che la morte di Fabrizio Quattrocchi è anche responsabilità nostra.
Si rende conto della gravità di questa affermazione e delle conseguenze non solo psicologiche ma anche materiali?
Salvatore Stefio è stato con Fabrizio Quattrocchi durante l’interrogatorio, bendati e con una pistola puntata alla tempia, cercando di proteggere Fabrizio dalle accuse dei terroristi che ci volevano tutti come spie, e sottolineiamo tutti.
Quel dramma non è qualcosa che si cancellerà dalla memoria di Stefio, sentendo Fabrizio svenire per la pressione psicologica accuratamente provocata dai terroristi e dalle continue dichiarazioni di morte.
No egregio direttore ed egregio Francesco Grignetti, nessuno lasciò solo l’eroe Fabrizio, perché è di questo che stiamo parlando, di un eroe della nostra Patria vittima del terrorismo.
Non possiamo essere certi della motivazione che diedero i terroristi nella scelta di Fabrizio, ma ciò che sappiamo, detto da uno di loro, è che si scelse Fabrizio perché era da più tempo in Iraq rispetto a noi.
Mi chiedo a quale gioco stiamo giocando, tra verbali secretati che non dovrebbero essere resi pubblici e che invece sono in possesso di giornalisti che in tal modo non fanno altro che screditare con giudizi personali e costruire ipotesi infamanti, accreditando il reato di cui all’art. 288 del codice penale, che vuole essere attribuito fuori dal contesto e dalla realtà delle cose.
Egregio direttore ma in quale Paese viviamo?
Quello che è evidente a tutti è una campagna diffamatoria nei nostri confronti, orchestrata con l’ausilio dei mezzi di informazione per darne ampia risonanza con effetti anche politici.
Si continua ad affermare che noi saremmo mercenari, quindi nell’immaginario collettivo il risultato è di questo tipo: Assassini, disonesti, senza Dio e senza Patria.
Per precisare la legalità del nostro lavoro, svolto da tantissimi privati in vario modo, basta vedere l’ Art. 47 del 1° Protocollo Addizionale del 1977 alle convenzioni di Ginevra e La Convenzione Internazionale contro il reclutamento l’uso il finanziamento e l’addestramento di mercenari del 1989.
Procedere con l’equivalenza mercenario uguale ad operatore della sicurezza è estremamente scorretto e diffamatorio per tutta la categoria, privata o statale che sia.
Ci troviamo dunque di fronte ad una realtà costruita sacrificando la verità delle cose, quindi nei fatti artificiosa, fittizia ed illusoria.
A questo punto ci chiediamo quale informazione si vuole dare?
Quella vera o quella falsa? Noi abbiamo reso chiare e precise dichiarazioni al magistrato.
Con la speranza che questa lettera serva a riportare questa drammatica vicenda nella giusta direzione, la salutiamo cordialmente.
Salvatore Stefio
Maurizio Agliana
Umberto Cupertino
Dridi Forese
